MIA15 - Vincitore   La libertà non è gratis: sostieni questo progetto contribuendo ad a/simmetrie.
Puoi anche destinarci il 5x1000 (CF 97758590588): non ti costa nulla, e qui ti spieghiamo come fare.

lunedì 20 novembre 2017

La sconfitta (addendum al manuale di logica eurista)

(...se non siete familiari con la logica eurista, potete fare un ripassino qui...)


Ferunt che poco fa Federico Mentana abbia fatto una sorprendente esternazione:


Il commento di Alex Cap è impeccabile.

Tuttavia, quello che a me interessa mettere in evidenza in questo brevissimo post non è tanto la grossolana trama geopolitica che rendeva inevitabili gli esiti di queste due vicende. Mi preme invece farvi notare una cosa più sottile: seta, non canapa (con tutto il rispetto, ovviamente...). Vediamo se ci riesco...

La retorica de "l'Europa che ci dà la pace", ce lo siamo detti più volte, contrasta con "l'Europa ci è necessaria per contrastare la Cina". L'ottusa Wille zur Macht imperialista che trapela da autentici capolavori come questo:



mal si coniuga col segno irenico/lisergico dell'abbattimento dei confini come presupposto per la nuova Gerusalemme celeste, in cui il lupo dormirà con l'agnello ecc.

Ma oggi Federico si è spinto più in là: saltando a piè pari la contraddizione de "Leuropa che ci dà la pace per fare la guerra a Lacina", ci ha detto, chiaro e tondo, che l'Europa (rectius: l'Unione Europea: ma a chi fa quel lavoro non possiamo chiedere tanta precisione...) è un luogo dove si combatte aspramente, dove tutto è materia di competizione e non di cooperazione, e dove, quindi, necessariamente ogni giorno qualcuno è sconfitto, e sconfitto in casa, in modo più o meno bruciante, senza che sia ben chiaro perché dalla somma algebrica di tante sconfitte, e di altrettante vittorie, dovrebbe emergere un saldo positivo: tracotanza da una parte e risentimento dall'altra non sembrano fornire basi solide su cui edificare la Gerusalemme celeste...

Ora, magari "la pace" si potrebbe anche sostenere che ce la consigli il medico: stressarsi, si sa, fa male alla salute, e quindi se veramente "Leuropa porta Lapace" criticarla, ne convengo, diventa difficile. Le crocerossine deamicisiane che ingorgano le nostre gazzette sono lì pronte, deliquescenti e trepide, a profferire un "Franti, tu uccidi Lapace!" all'indirizzo di chiunque osi dire che l'imperatore, nudo o vestito che sia, è un imperatore! Dopo aver passato gli anni della giovinezza a ragliare slogan contro l'imperialismo e il colonialismo, è chiaro che a certi ex-giovani rivoluzionari brucerebbe di dover ammettere che oltre a non essere mai stati parte della soluzione, oggi sono evidentemente parte del problema (nota: gli slogan erano giusti: il che rende chi li ragliava sbagliato due volte...).


Tuttavia, che si possa essere sconfitti essendo in pace è cosa che confligge con la logica ordinaria: ma quella eurista, noi lo sappiamo, è una logica decisamente fuori dall'ordinario. Siamo quindi grati a Federico, che, con un atto di sincerità assolutamente involontaria, ci ha chiarito la natura del problema. I famosi 70 anni di pace dei quali avremmo goduto (escludendo Yugoslavia, Ucraina, Libia,...) sono anni in cui effettivamente noi non abbiamo combattuto.

Ma solo noi.

Gli altri hanno combattuto, e hanno vinto.

Basta saperlo.


(...sto lavorando come un mulo. Di cose da fare ce ne sono. Devo anche cercare di riposarmi, però, perché non vorrei arrivare troppo stressato alla nostra festa...)

(...se io sono Claudio Bagnai, lui è Federico Mentana, questo sia chiaro: lo è ora, e lo sarà quando saranno cambiati i rapporti di forza...)

venerdì 17 novembre 2017

Six ans après

(...sperando che non diventino venti...)



Ieri ero un po' impegnato, e non ho quindi potuto farvi notare che correva il sesto anniversario dell’apertura di questo blog: un evento che ha cambiato la mia e le vostre vite, e che festeggeremo insieme il 2 e 3 dicembre prossimi. Prima di parlarvi di questi festeggiamenti, sorvolando l’Europa volevo fare con voi un bilancio di questi sei anni, articolato sulla dimensione della quale grazie a me avete imparato ad apprezzare l’utilità: quella dei fondamentali macroeconomici. Come ricorderete, il blog iniziò (e tuttora inizia) con un articolo che era stato rifiutato da lavoce.info per il duplice motivo che era il QED di un precedente articolo che lavoce aveva pubblicato, e che per i due punti individuati da questi articoli passava la retta del fallimento di Monti (col quale lavoce.info aveva ed ha un ovvio rapporto organico).

A distanza di sei anni possiamo misurare in cosa si sia tradotto questo fallimento, e per farlo la cosa più semplice è prendere i dati del World Economic Outlook e considerarne la variazione. Qui sotto avete le due tabelle (il link ai dati originali è questo). Segue una breve visita guidata.



Nel 2011 il Pil italiano fu di 1613,77 miliardi di euro ai prezzi del 2010. Nel 2017, se si avvereranno, come sembra plausibile, le rosee previsioni del governo di crescita all’1,5%, dovremmo chiudere a 1592,33 miliardi. Sono 21,44 miliardi in meno di beni e servizi prodotti, e quindi di redditi percepiti dai cittadini. In termini pro capite il Pil, misurato in valuta nazionale ai prezzi del 2010, è diminuito di 710,70 euro a testa all’anno (sarebbero una sessantina di euro al mese), ovvero del 2.64% rispetto al 2011.

Il calo del Pil, ovviamente, è molto più “drammatico” se lo esaminiamo, come fanno i cialtroni, in dollari a prezzi correnti. In questo caso il calo è di 357 miliardi, da 2278 a 1921 miliardi di dollari. Ma questa valutazione, come sapete, è insensata: ci dice solo che è calata del 15.67% la quantità di beni e servizi che possiamo acquistare negli Usa con gli stipendi che percepiamo in Italia. Siccome nessuno di noi va ogni mattina a fare la spesa a Manhattan, questo indicatore non vuol dire assolutamente nulla, come testimonia, del resto, la nullità di chi se ne serve (da Squinzi – un presidente di Confindustria che oggi rimpiangiamo – in giù). Tuttavia, ci tenevo a evidenziarvelo, per sottolineare la prima legge fondamentale dell’uscita dall’euro: tutto quello che uno sciocco vi dice che accadrebbe uscendo dall’euro, è già accaduto, sta accadendo, o accadrà restando dentro l’euro. In questo caso, la cosa accaduta è il calo del Pil italiano in dollari nominali (dato che, come anticipato da noi, per tenere i cocci insieme Draghi ha dovuto svalutare l’euro).

Avendo menzionato la svalutazione, viene naturale verificare cosa è successo alla variabile che gli sciocchi le associano: l’inflazione. Con sorpresa degli sciocchi, ma in perfetta coerenza con la letteratura scientifica, la grande svalutazione dell’euro non ci ha minimamente regalato inflazione, anzi! Dal 2011 a oggi anche questo indicatore è peggiorato, passando dal 2.94% all’1.41%: un calo di 1.53 punti percentuali che segnala una situazione di deflazione strisciante in molti settori dell’economia, e che, fra le tante cose, ha una sua importanza nel determinare la situazione di stress delle banche: sappiamo tutti che l’inflazione svantaggia i creditori e avvantaggia i debitori, ma non riflettiamo mai abbastanza sul fatto che la deflazione svantaggia i debitori e svantaggia i creditori, perché i primi sono talmente svantaggiati che i secondi (cioè le banche) fatalmente rischiano di non vedere indietro il becco di un quattrino. Ma questo è il mondo che loro (le banche) si sono costruite a propria immagine e somiglianza: non perderei quindi troppo tempo a compiangerle.

Naturalmente, se il discorso degli sciocchi è incoerente, quello scientifico invece è coerente. Un calo dell’inflazione, in termini scientifici, deve essere accompagnato da un aumento della disoccupazione, che infatti riscontriamo puntualmente nei dati. Berlusconi ci lasciò un’Italia con l’8,39% di disoccupazione (e a noi piace ricordarlo così, piuttosto che per le abominevoli scemenze che sta twittando in questi giorni), mentre Monti ha fatto sì che, quattro anni dopo la sua dipartita, il tasso di disoccupazione è ancora all’11,38%: un aumento di 3 punti (2,99 per i precisazionisti), che è ovviamente coerente con la diminuzione dell’inflazione ed è altrettanto ovviamente un segno di deterioramento delle nostre condizioni: non solo sono diminuiti i redditi pro capite: è diminuito anche il numero di chi li percepisce.

Tutto questo è il risultato di politiche che erano sì sbagliate (come fin dall’inizio abbiamo con molta chiarezza illustrato), ma, obiettivamente, erano anche le uniche che si potessero fare per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti in un contesto di cambi fissi: le politiche di austerità. Non spendo nemmeno una parola sugli sciocchi (o sui furbi) che, ignorando o dimenticando una delle più basilari leggi dell’economia, continuano a non capire che l’austerità c’è perché c’è l’euro. L’impossibilità di aggiustare i prezzi non è una condizione necessaria perché l’aggiustamento avvenga tramite i redditi: ma è una condizione sufficiente. I cretini che obiettano “eh, ma l’austerità c’è stata anche in Podcarpazia, gnè gnè gnè” hanno qualche difficoltà a mettere a fuoco un punto: dove il cambio è flessibile, l’aggiustamento tramite taglio dei redditi e riduzione delle importazioni è una scelta. Dove il cambio è fisso, invece, diventa una necessità (che ovviamente scaturisce dalla scelta politica preliminare di fissare il cambio, cioè dalla decisione che in futuro tutti gli aggiustamenti di bilancia dei pagamenti debbano scaricarsi sui redditi).

L'austerità era la risposta giusta alla domanda sbagliata (la crisi di debito pubblico che non c'era). La risposta però era giusta, perché chi la dava (Monti) sapeva che così avrebbe corretto i conti esteri, anche se forse non si immaginava un simile sfacelo nei conti pubblici (noi sì). Dal 2011 il rapporto debito/Pil è aumentato di 16.51 punti, arrivando al 133%. Non c'è male come risultato per aver fatto tutto quello che ci chiedeva l'Europa! Questo, notate bene, con un aumento delle entrate pubbliche di 1.10 punti di Pil, e una diminuzione della spesa pubblica di 0.39 punti di Pil (alla faccia di quelli che l'austerità non c'è stata: quattro anni dopo siamo ancora così)! Ed ecco il grande mistero che la dottoressa De Romanis (come ricorderete) non sa spiegare: il peggioramento di 16.5 punti del rapporto debito/Pil è avvenuto mentre il rapporto deficit/Pil migliorava di 1.49 punti, passando da -3.71 a -2.23, bene all'interno del parametro di Maastricht. Per noi questo paradosso non è tale, perché la sua semplice logica vi venne spiegata tanto tempo fa.

Naturalmente (e anche questo lo sapete bene), rispetto ai conti esteri la manovra il suo effetto lo ha fatto: il saldo delle partite correnti, ecco, lui sì che è migliorato! Di ben 5.76 punti: da -3.01 a 2.75. Ora... voi sapete che CA = S-I. Quindi torna lecito chiedersi: ma questo miglioramento è dovuto a un aumento del risparmio, o a una diminuzione degli investimenti?

La risposta dovrebbe essere facile, visto quello che ci siamo detti sull'andamento del Pil: in un paese dove si guadagna di meno, è difficile che si risparmi di più. E infatti, coerentemente con il buon senso, i dati statistici ci dicono che il risparmio nazionale lordo è aumentato, ma di soli 2.15 punti, mentre l'investimento nazionale lordo è diminuito di -3.61 punti, scendendo al 16.85% del Pil.

Ecco.

Sei anni dopo l'Italia è così: più povera, più indebitata, più fragile. E sta per arrivare un altro shock, del quale tutti dicono, per mettere le mani avanti, che farà impallidire il precedente.

Si sarebbe potuto evitare? Certo, e abbiamo detto tante volte (non da soli) in che modo. Ma abbiamo anche detto (questo l'ho detto io, ma non è una cosa molto profonda: nella storia dell'umanità altri l'avranno detto, e voi certo li conoscerete) che le colonie non hanno statisti. Noi, certo, statisti in questo momento non ne abbiamo. Il povero Berlu, che si impappina sul cambio irrevocabile, fa anche un po' tenerezza: certo, è un problema, ma soprattutto per se stesso (un po' anche per chi gli sta intorno). I 5 stelle che esultano per una vicepresidenza al Parlamento Europeo, con Di Maio che va a prestare giuramento di fedeltà all'euro negli Usa, sono ormai l'ipostasi del QED. La sinistra inutile nemmeno la menziono.

La domanda successiva, quindi, è scontata: ha ancora senso combattere?

E la risposta la tolgo dalla lettera con cui ho risposto a un giovine di sinistra che, onusto di ottime intenzioni, mi invitava alla solita inutile, liturgica passerella, dalla quale, lo so, tornerò avendo stretto mani che non volevo stringere (se non in una pressa idraulica), e mi sarò infervorato ed estenuato per il solo piacere sterile di sentire con me una platea che il giorno dopo sarà di qualcun altro:

io in effetti non sono antropologicamente "de sinistra": mi riconosco più nella Folgore che nei salotti piddini, il che, in buona sostanza, significa che non ho nessuna difficoltà a continuare a combattere una battaglia persa, sapendo che è persa, e regolandomi di conseguenza, per mero senso dell'onore.

(...Anna Caccia Dominioni si sarà commossa...)

Ecco: mettiamola così. Io con voi un impegno l'ho preso, e lo mantengo. La battaglia persa, del resto, non era quella di tirarci fuori da questa merda: era quella di farlo fare a un partito di sinistra. Quella, di battaglia, è persa e lo sappiamo (ma continuo a combatterla, nei ritagli di tempo). Con la nostra, quella di uscire a qualunque costo dalle regole che ci stritolano, il caso è un po' diverso: sappiamo in effetti che è vinta, perché questo sistema crollerà, ma non sappiamo quanti di noi riusciranno a vedere la vittoria e ad allietarsene.

Torno ora da un paese i cui governanti non si vergognano di parlare di interesse nazionale, e la cui identità è stata calpestata (il territorio smembrato, i popoli dispersi...) per secoli. Città dove la metà della popolazione era ebrea, e conviveva benissimo con l'altra metà, prima di essere spazzata via dal delirio antisemita nazista. A noi dicono che il delirio nel quale viviamo è stato messo su per evitare che certe cose potessero ripetersi. Ma, stranamente, quelli che le hanno subite sono i primi a non essere molto convinti dell'opportunità e dell'efficacia di questo generoso tentativo.

E questo, ne converrete, dovrebbe farci riflettere.

Comunque, prima di lasciarvi, due parole sul nostro convegno.

Siamo già più di 500, fra iscritti e invitati.

Nel primo panel ("Austeri e no") Antonella Stirati presenterà i risultati di un suo lavoro recente sulla persistenza degli shock di domanda (detto così suona male, ma vedrete che vi interessa): seguirà discussione con Roberto Perotti e Giuseppe Travaglini, moderati da James Politi (FT).

Poi mi farò una chiacchierata con Guido Crosetto (voi potete anche andare a prendere un caffè) per farmi raccontare di nuovo di quella volta che lui era a Bruxelles con La Russa, e...

Seguirà "Meglio soli o male accompagnati?": Gianandrea Gaiani, Virgilio Ilari e Marcello Foa, moderati da Lorenzo Totaro (Bloomberg) rifletteranno sul ruolo geopolitico dell'Italia (che di riflessioni da fare, ne sono sicuro, l'intervento di Crosetto ne lascierà).

Con grande dignità, farò quindi finta di aver letto il libro di Vladimiro Giacché, dicendo qualcosa di intelligente (magari non sul libro, così: a screzio - direbbe er Palla).

Con l'occasione, segnalo che per la prima volta è prevista la presenza di SAS Er Palla, autore della maglietta #VLAD (tiratura limitata): perché quest'anno c'è anche il merchandising (o almeno dovrebbe...).

Il giorno dopo, ascolteremo dal nostro amico Panagiotis le ultime notizie dal paese che ci ha preceduto nel baratro.

Poi vi parlerò un po' del cuneo valutario e di come stia spaccando l'Europa.

Isla Binnie (Reuters) quindi modererà una tavola rotonda di imprenditori (Brazzale, Ciccola, Gulli) con il nostro economista industriale preferito (Cesare Pozzi).

Prima di pranzo, Massimo D'Antoni, Piergiorgio Gawronski, e Giorgio La Malfa, moderati da me (sì, lo so che fa ridere) si interrogheranno sul partito che non c'è, e che qualcuno di loro forse vorrebbe fare (non si sa con quali soldi: chiederemo a Putin).

E dopo pranzo?

Dopo pranzo, Claudio Borghi e Gavino Sanna presenteranno l'ultimo libro di Guido Rossi de Vermandois, e poi Vladimiro Giacché e Marcello Foa presenteranno l'ultimo libro del Pedante.

E Scamarcio?

Bè, lui, essendo attore, farà un'entrata teatrale: mica posso dirvi quando e come!

La logica credo vi sia chiara: quest'anno il convegno è il nostro convegno. In ogni panel c'è almeno un membro del nostro comitato scientifico. Giornalisti italiani non ne abbiamo: ci accontentiamo (si fa per dire) di quelli esteri. E non abbiamo ospiti stranieri, a parte Panagiotis, un nostro amico che credo di non essere il solo a voler rivedere. Cercherò di avere più tempo per voi (ovviamente, per quelli col badge). I temi dei quali parleremo, come di consueto, diventeranno attuali fra un paio d'anni. Ci prenderemo il solito lusso di arrivare prima, per arrivare preparati: è importante che si sappia, perché, giunti al dunque, di gente preparata ci sarà un gran bisogno.

Sta a noi segnalare dove può essere trovata.

E ora buona notte: parto domani per località imprecisata con la mia amante per festeggiare il suo compleanno. Se mi incontrate fate finta di non riconoscermi...

mercoledì 15 novembre 2017

Populisti

Google è il mio pastore, non manco di nulla: così, scendo dal quarantunesimo piano e mi avvio, fra una chiesa barocca e un grattacielo, verso il centro storico.

La città ha un suo perché, e ce l'avrà avuto ancor più prima di essere piallata dalla guerra.

Seguo il mio percorso sul touchscreen, ogni tanto scatto una foto, poi a un certo punto la suadente voce di Langley mi annuncia che "La tua destinazione è sulla destra". Io mi volto a destra, e non c'è niente. Estraggo l'oggetto per fare un punto nave, e in quella mi sento apostrofare da un signore che stava telefonando, a tre metri da me: "Excuse me, do you need any help?" E io: "Indeed... apparently, yes... I am looking for Bistrot Warsaw..." E lui: "It's on the opposite side of the square". E io: "Thanks".

Ora, ci sarebbero alcune considerazioni da fare.

La prima è che non ci sono free lunch: Google è il mio pastore, ma siccome ti fa stare con gli occhi adesi al touchscreen, capita anche che ti impedisca di vedere che stai passando esattamente accanto alla tua destinazione. Insomma: un caso di overshooting (parola ultimamente cara ai bischeri).

La seconda è che se anche mi comporto come una bella fica, in realtà non lo sono, o almeno non in questa vita: ora, voi ce lo vedete un italiano aiutare un turisto? Io non tanto, o comunque non a Roma, dove siamo sufficientemente pressati gli uni sugli altri da odiare l'uomo (e in fondo anche la donna) all'ingrosso e al dettaglio. Eppure, qui, invece, un pericoloso populisto xenofobo (lui, secondo i merdia) ha aiutato un turisto (io) indicandogli il locale dove doveva incontrare dei nazionalisti.

Non la faccio lunga: domani ho la sveglia alle 5, e soprattutto mi sveglierò alle 4, come sempre. Ma credo che mi abbiate capito...

Camera con Vistola (i saldi della Polonia)


(...la città vecchia, vista dal mio albergo...)

Dovrei lavorare a un paio di cose noiose (un progetto di ricerca e una richiesta di fondi), ma siccome, per fortuna, nonostante gli inde
fessi sforzi del mio solerte (nel senso che dà le sòle) staff i preventivi de cujus non mi sono arrivati (regà, si scherza, siete bravi, bacini sul collo a tutti...), posso applicare il principio fondamentale dell'antiliberismo: prima il piacere, poi (se avanza tempo) il dovere, e in culo alle generazioni future (con affetto, ovviamente).

Condivido quindi con voi un paio di grafichetti fatti in aereo, nel tentativo di capire dove stavo per atterrare. A sentire i nostri gazzettieri, sono capitato in un posto pericoloso, anche se er Palla non mi sembrava preoccupato, forse perché ha già capito (lui) che i gazzettieri sono un male inutile. In effetti, sulla strada fra l'aeroporto e l'albergo non ho visto alcuno di quei pittoreschi falò che punteggiano a intervalli irregolari il paese di quelli bravi, di quelli che non sono populisti. E su questo non avevo dubbi.

Viceversa, lasciando i gazzettieri alle loro fole, siccome mi capita di incontrare il ministro dell'economia che recentemente ha lanciato questo Piano di sviluppo responsabile, per non farvi fare brutta figura mi sono messo a dare un'occhiata ai numeri.

Il piano si ripropone di portare gli investimenti, che sono in calo, sopra il 25% del Pil. Secondo il Fmi ora sono al 19%, non lontanissimi da quelli italiani, al 17%.

Va notato che dal crollo del muro in poi la Polonia ha raggiunto questo livello di investimenti in sole due occasioni: intorno al 1998, e intorno al 2008. Ora, credo che voi ricordiate che:

S-I=X-M

(la spiegazione di questa formula arcana, senza capire la quale temo che non possiate capire un accidenti di nulla di quanto vi circonda, venne data diverse volte: la prima qui). Non sarete stupiti quindi di apprendere che questi massimi degli investimenti corrispondono a dei massimi dell'afflusso di capitali esteri (cioè di M-X), come potete facilmente constatare qui:

C'è quindi una cosa da dire, che io non dirò se non mi verrà chiesta, e forse nemmeno se mi verrà chiesta: i due obiettivi di reindustrializzare il paese (primo pilastro del piano) riequilibrando i saldi finanziari (terzo pilastro del piano), cioè riducendo la dipendenza dal capitale estero, non sono compatibili, e trovare una sintesi non sarà facile. Va anche detto però che il governo polacco, in Italia variamente descritto come conservatore, xenofobo, nazionalista, e via sproloquiando, ha capito una cosa che i nostri Licurghi non hanno capito, ovvero che senza crescita dei salari non c'è crescita dei risparmi: si è quindi dato l'obiettivo di portare il reddito pro capite dei polacchi al 75% della media europea, sostenendo esplicitamente che per sfuggire alla trappola del reddito medio la crescita economica deve essere sostenuta da una crescita dei salari (è tutto nel piano). La nostra aristocrazia piddina fremerà di sdegno: occuparsi del proprio popolo! Che cosa populista!

Ma intanto, come sta andando il reddito pro capite dei polacchi? Sta andando così:


Ah, siccome ultimamente mi state un po' sulle scatole, ci ho messo anche il vostro, di reddito pro capite (sempre in rapporto alla media UE): non per informarvi, ma perché doler vi debbia!

Visto che bello spettacolo?

Fra dieci anni, se noi stiamo dentro e loro stanno fuori, il problema demografico della Polonia, cui il rapporto accenna, e che in gran parte è stato determinato dall'emigrazione (il famigerato idraulico polacco che tanto preoccupava i mariti francesi...) sarà risolto: ci converrà venire tutti qui, in questo paese dove due cose tolgono il fiato: la fiatella di aglio e la bellezza delle donne (di alcune, per l'esattezza: continuo a pensare che un investitore avverso al rischio preferirà sempre l'Italia basandosi su una sommaria mean variance analysis). Va anche detto che se fiatella e bellezza si combinano nella stessa mammifera verosimilmente occorrerà un terzo elemento affinché il miracolo si compia e la crisi demografica si risolva: l'aaaammmmmmmmmoooorrreeeeeeee (preciso che non sto parlando per esperienza: il mio è solo un educated guess), insomma: quella melassa sciapita e collosa con la quale mi invischiate nelle vostre lettere (con lodevoli eccezioni: vedi post precedente). Vi suggerisco di tenerla invece da parte for future reference, ove mai doveste accasarvi con una Justyna o una Danuta reduce da un piatto di pierożki come quello che è toccato a me, dove tutto l'aglio della Masovia era confluito con tutto l'aneto dell'agro polignanese (perché un amico mio coldiretto che vi presenterò alla nostra festa - è un po' timido e bruttarello, non mettetemelo in imbarazzo, mi raccomando - mi ha spiegato che ora in Puglia va molto la monocultura da esportazione, in particolare le erbe aromatiche per diversamente mediterranei...).

Tutto qui?

Bè, per quel che riguarda il follower bashing direi che posso accontentarmi. La mia insopprimibile vocazione pedagogica mi compelle tuttavia a mostrarvi un altro grafico, questo:



Li vedete i due episodi di afflusso di capitali esteri? E che ve ne pare: promuovono le esportazioni, o finanziano le importazioni?

Non ho altre domande.


(...se questi episodi non li vedete non c'è niente di male: chiedete e vi sarà dato. Faccio notare che il Vangelo dice: "chiedete", non "ragliate". Quindi, astenersi Serendippi. Per il resto, mi limito ad osservare che con la liretta il nostro Pil pro capite era del 20% superiore alla media europea. Dov'è finito ora lo vedete. Potete anche continuare a ripetere che la colpa sia della Cina o della corruzione. Si vede che per la Polonia, nonostante almeno inizialmente competesse su un segmento a più basso valore aggiunto del nostro, la Cina non è stato un problema...)

martedì 14 novembre 2017

Campo Despedienti (frazione di Giovinia)

(...da un abitante di Giovinia singolarmente a suo agio con la sua lingua materna ricevo e pubblico. A proposito: non è la prima volta che ci manda sue notizie...)




Gentile Professore,


qui a Giovinia rispettiamo la sua decisione, ribadita di recente, di non accettare inviti [NdCN: sono io che ringrazio voi per averla capita, cosa non ovvia, come ricorderete; comunque, vale il principio che chi vuol Cristo se lo prega...]; un po’ però ci spiace, perché se venisse a trovarci qui a Campo Despedienti (località montana meno blasonata di Campo Imperatore ma assai più frequentata – non per vacanza – dai giovini backpackers) troverebbe molte conferme ai risultati del suo lavoro di ricerca di questi anni, per cui le siamo tutti grati (del lavoro, non delle conferme).


Purtroppo nel centenario di Caporetto ai nuovi ragazzi del ’99 le cose non vanno ancora bene; sembra infatti che il presidente dell’Istat, riferendo in audizione al Parlamento sulla manovra, sia stato costretto ad ammettere che nel nostro Paese l’occupazione giovanile non ne voglia propriosapere della ripresa.


Più correttamente il fat(t)o statistico riferito dal prof. Giorgio Alleva è questo: «a settembre il tasso di disoccupazione si è attestato all’11,1%, stabile rispetto ad agosto, con un aumento per le classi 15-24 anni (+0,6 punti percentuali) e 25-34 anni (+0,7 punti)», come riportato a p. 8 dell’Audizione resa lo scorso 6 novembre alle Commissioni congiunte di Camera e Senato; il corsivo è mio, qui la fonte dove sono disponibili i dati che non commento poiché la statistica rientra nel mestiere degli statisti(ci) e, credo, fra le ancillae di quello degli economisti; il mio lavoro talvolta i dati li usa, ma riguarda invece le opportunità per i giovini, assai rarefatte e di cui segue una breve rassegna.

Qui stiamo infatti fra colsénter che delocalizzano (immagino riceva anche Lei chiamate tipo: "buongiorno [alle 21] siniore Cognomedimiamogliesbagliato, vuoli risparmare su boleta di lucegas?") e allettanti offerte per intraprendere una luminosa carriera come dabbawala de noantri a 2,50 Euro a consegna. Capita talvolta qualche offerta per dialogatori, ossia raccogliere fondi per qualche onlus del “terzo settore, quello che “rimpiazza lo Stato” come già previsto in «Possibilità economiche per i nostri nipoti, il breve saggio di John Maynard Keynes, scritto nel 1930, mentre gli Stati Uniti attraversavano la Grande Depressione, nel quale l’economista americano [sic!] già intravvedevaquesto scenario»: un vero centone di perle, eh? tipo l’idea di rendere obbligatorio il volontariato per tutti i lavoratori e studenti! 

Fantastico!


[NdCN: caro giovine: quanti capiranno "centone"?]

Resta sempre la proposta di realizzare le proprie aspirazioni professionali facendo “il salto della quaglia” e in tal caso sono utilissimi i consigli di UngiovineChecellaffatta; oppure, essendo i képis blancs fuori moda rispetto ai romantici tempi di Beau Geste, almeno «se le sfide non ti spaventano e hai voglia di dedicarti ad aiutare gli altri», puoi entrare «subito a far parte del Corpo europeo di solidarietà».

Forse ora penserà «siamo arrivati a questo, all’arruolamento!»: per via diversa, riferendosi a un recente episodio, giunge a un’analoga conclusione Angelo d’Orsi, autorevole storico delle dottrine politiche commentando un volantino che gli proponeva di far parte di una ronda di quartiere; in un’intervista, intitolata significativamente «Abbiamo abolito i partiti e rianimato il fascismo», pubblicata su Il Fatto quotidiano di ieri 13 novembre il prof. d'Orsi sembra unire alcuni puntini.


Qui a Campo Despedienti in primavera ci saranno le elezioni amministrative: non siamo ancora alla declinazione ostiense del trick or treat (pacco viveri o testata), ma potrebbe finire come a Trenzano nel bresciano, poi qualcuno si chiederà perché.


Saluti e buon lavoro.

Anonimo Italiano



(...ve la commentate da voi, e da commentare ce n'è, perché io sono un po' di fretta...)

Il badge

Scegliere di dire semplici e limpide verità scientifiche in un paese culturalmente subalterno per una somma infinita di motivi che qui tante volte abbiamo sviscerato non poteva che sortire un ovvio effetto di selezione avversa, attirando su di me l'attenzione di persone in qualche modo anomale, devianti rispetto alla logica del sistema, nel bene, certo, ma anche (e quantitativamente soprattutto) nel male.

Non si contano più le email o le richieste di contatto di persone che hanno scoperto la moneta al mango, o magari quella al pistacchio, che, badate bene, è tutt'altra cosa rispetto alla moneta al lampone!, con la quale tutti i nostri problemi sarebbero risolti come d'incanto (ovviamente, tenendoci l'euro), di innamorati (rigorosamente maschi) che mi intrattengono per pagine e pagine, magari segnalandomi con enfasi video a loro parere rivelatori e importantissimi, dove, se va bene, troviamo dette peggio, con minor rigore e minore senso dell'opportunità, cose che qui abbiamo discusso, con voi e grazie a voi, anni addietro. E così via...

Veramente, dovremmo dircelo: dopo sette anni di lavoro quotidiano con questa community anomala nel male, ma anche nel bene, è molto difficile che ci sia qualcosa da dire sulla crisi che qui non sia già stato detto, spesso da voi. Dovremmo anche interrogarci sul fallimento di certe esperienze di critica sciamanica al sistema, a partire dal quelle dei simpatici anatroccoli (ve li ricordate?).

Ora, vorrei spezzare una lancia a favore della normalità: un concetto elusivo, difficile da maneggiare, ma proprio per questo potentissimo, per chi riesca a servirsene. Il mio staff mi sente spesso ripetere una frase: "Avremo vinto quando saremo seguiti da persone normali". Ecco, allora, già che ci siamo, e visto che, normali o no, tutti mi volete bene (in fondo anche Serendippo e Yanez, che, poverini, proprio non riescono a toglier dal loro cuore il dardo che involontariamente vi ho confitto), vi suggerisco una piccola cosa che potete fare per darmi l'illusione della vostra normalità, cioè la confortante e corroborante illusione di essere vicino alla vittoria.

Normalità vuole che a un convegno, dove si va per imparare e per coltivare relazioni, non entri chiunque, ma solo chi si registra, e che chi partecipa sia identificabile tramite un badge. Se non puoi sapere chi sia quello che incontri, o se non vuoi farti riconoscere dagli altri partecipanti, uno scopo, forse il principale, del convegno è frustrato, e questo tanto più se il convegno è anche e soprattutto la festa di una comunità, anzi, di una community, una delle più numerose e attive sul panorama del web italiano.

Volete essere community, o no? Se lo volete, mettetevi il badge che riceverete alla registrazione. Se non lo farete, andrete incontro ad alcune ovvie conseguenze, la prima delle quali sarà il non poter accedere alla sala, e la seconda quella di essere blastati senza remissione laddove, balbi e tentennanti, in aperta violazione non solo delle regole della disciplina, ma anche di quelle meno formali (ma non meno cogenti) dell'educazione, al solito vostro vi avviciniate tremebondi a me, che sono la mitezza in persona, belando il rituale "professoreeee... io non sono nessunoooooo...".

Benissimo.

E io non sono Polifemo, infatti di occhi ne ho due.

Però me li tengo cari, e, quindi, fatevi riconoscere.

Bene intendenti pauca.

Buon convegno.



(...dipende solo da voi...)

(...unica eccezione ammessa S.E. Il Pedante...)

(...se avete paura dell'Eurogendfor, posso rassicurarvi: sanno già tutto di voi...)

lunedì 13 novembre 2017

#pirreviù6: Scholar, Scopus, IDEAS, and all that...

In questo blog ci siamo occupati, illo tempore, di Gallino, ma mai di Galli, fino a questa mattina, quando un nostro amico ha lasciato questo commento:

ALBERTO49 ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Emiliano e l'aritmetica del debito pubblico":

Tra i tanti Galli non trovo Giampaolo. E' magari un po' arruginito, invece di fare chichirichì fa pio pio!

Postato da ALBERTO49 in Goofynomics alle 13 novembre 2017 10:58

Essendo Alberto49 un protégé di Rockapasso, mi vedo costretto a intervenire. Parlare di Gallino ci dette l'occasione per mettere in chiaro cosa intendessimo per operazione di verità politica. Parlare di Galli ci permetterà di chiarire cosa si intenda per produzione scientifica, e in particolare come si misuri quella peer reviewed. Visto che per anni siamo stati accusati dalle squadracce liberiste di essere "ai margini della comunità scientifica", di "non avere articoli peer reviewed", l'operazione non è priva di interesse.

Il riferimento fatto da Alberto49 alla base dati IDEAS è un pochino impreciso. In effetti, su IDEAS Galli compare: basta cercarlo. O meglio: compaiono alcune sue pubblicazioni. Lui no, perché su IDEAS, come su Google Scholar, il profilo dell'autore compare solo se l'autore decide di crearlo, decisione presa normalmente da ricercatori attivi, che hanno interesse a distribuire le loro ricerche nella comunità scientifica. Restano esclusi alcuni casi estremi. Ad esempio, se cercate Krugman (non le opere: l'uomo) su Scholar non lo trovate, così come non ci trovate Galli (se cercate me sono qui). Non sto dicendo che Galli sia un Krugman (o viceversa): sto dicendo che, come ogni distribuzione, anche quella della produzione scientifica ha due code, e non è difficile intuire in quali code cadano i due studiosi che cito. Galli, essendo del PD, cade ovviamente nella coda sinistra della distribuzione (qualcuno la spieghi a chi non l'ha capita)!

Google Scholar, essendo gestito da Google, dispone di un database bibliografico sterminato, ma di qualità piuttosto variegata. Comunque, il fatto di poter attribuire a ogni autore registrato le sue pubblicazioni, e di poter verificare se queste sono state citate da altri autori (registrati o meno), consente a Scholar di attribuire un "punteggio" a chi si registra. Io, ad esempio, in questo momento ho 468 citazioni su Scholar (di cui 69 per Il tramonto dell'euro),e un h-index di 11, il che significa che almeno 11 delle mie 77 pubblicazioni sono state pubblicate almeno 11 volte ciascuna (la mia undicesima pubblicazione in ordine di citazioni decrescenti è un lavoro sulla sostenibilità del debito nei PECO, apparso su Economic Bulletin, che ha avuto, appunto, 11 citazioni).

Notate che il famigerato GEV 13 (gruppo di esperti della valutazione dell'area 13, quella di economia), si serve di Google Scholar per diversi scopi, fr cui quello attribuire "punteggi" alle riviste (l'idea è che le riviste dove compaiono gli articoli più citati siano migliori, il che, da quando conoscete gli economisti, credo vi appaia facilmente come un'idea piuttosto bislacca: tuttavia, altri criteri ovvi a disposizione non ce ne sono). Questa scelta è stata criticata fin dall'inizio e i motivi sono facili da comprendere (qui una spiegazione più tecnica). Sottolineo che li condivido, anche se Scholar mi "premia": su Scholar il mio lavoro più citato è un libro non pirreviùd (peer reviewed), cioè il Tramonto dell'euro, e di pubblicazioni ne ho ben 77, dato che Google carica su tutto, comprese le mie dispense di vent'anni or sono per il corso di econometria (io nemmeno sapevo più che fossero in giro, ma Google le ha individuate in chissà quale server), o gli articoli su MicroMega. Scholar quindi è un indicatore abbastanza grezzo della qualità scientifica di un autore. Diciamo che non esserci, se non sei Krugman, non è un buon segno, ma esserci non è una garanzia.

Con IDEAS il caso è diverso, e questo perché IDEAS associa agli autori le pubblicazioni fornite da collane riconosciute dal database (e quindi: o riviste scientifiche, o collane di working papers registrati presso il servizio, il che implica un minimo controllo sulla scientificità della pubblicazione da parte dei gestori). Ovviamente ci sono anche qui dei problemi. Certe riviste (ad esempio il Cambridge Journal of Economics) non sono assidue nel trasmettere i dati a IDEAS. Ma, d'altra parte, Scholar fino a poco fa non prendeva in considerazione certe riviste importanti (quelle di Elsevier, vedi infra). Il punto però è che su IDEAS magari non troverete tutto, però quello che troverete non sarà annacquato dagli articoli di MicroMega o dalle dispense, perché MicroMega non è considerata rivista scientifica e le dispense non sono un lavoro di ricerca e non sono pubblicate. Tuttavia, ancora una volta, l'iscrizione a questo database è volontaria. Ci finisci solo se decidi di finirci, e non hai incentivo a finirci se non hai niente da dire (caso di scuola: economista del PD), o se tutti sanno quello che hai detto (caso di scuola: premio Nobel).

Qui finiscono le possibilità a disposizione dei comuni mortali, e si entra in quelle riservate agli addetti ai lavori, la più importante delle quali è Scopus. Scopus e Scholar hanno in comune la natura "privatistica". Scopus è gestita da Elsevier (forse la più grande casa editrice scientifica), mentre Scholar è gestito da Google (IDEAS invece è gestito da una rete di volontari). Per il suo funzionamento, Scopus (a differenza di Scholar) dà qualche garanzia di scientificità in più, e infatti, come forse saprete, per accedere alle abilitazioni scientifiche nazionali bisogna avere un certo numero di articoli elencati da Scopus. Per la precisione, questo riguarda chi concorre nei cosiddetti settori bibliometrici. Economia non lo è, ma avere pubblicazioni su Scopus è comunque rilevante per i più svariati motivi, che vanno dalla valutazione della qualità del dipartimento, alla distribuzione dei fondi di ricerca.

Ora, a differenza di IDEAS e di Scholar, su Scopus ci si finisce in automatico purché si sia fatto un qualche lavoro che il gestore considera scientificamente rilevante (quindi, tutti quelli della casa editrice Elsevier, ma non solo). Questo significa che mentre se non sei su Scholar, può anche essere che tu sia Krugman, su Scopus, se hai fatto una pubblicazione scientifica, ci sei per forza, e quindi chiunque può vedere cosa hai fatto e quanto gli altri lo abbiano trovato interessante. Di converso, se non ci sei, significa che scientificamente non esisti (nel caso di Scholar e IDEAS non si può giungere automaticamente a una simile conclusione).

Questo per la parte teorica.

Come esercitazione, vi lascio interpretare due schermate fresche di giornata:






Ora: queste evidenze spiegano perché certe persone parlino di svalutazioni catastrofiche del 30%, o di coefficienti di pass through uguali a uno, ecc. ecc., e altre no. Non ci spiegano però perché le prime vengano anche ascoltate quando dicono cose del genere (e, aggiungo: ascoltate da colleghi...), mentre le altre no. Non saprei aiutarvi a capirlo, e non mi interessa: io mi occupo di scienza, che è una cosa che si fa coi dati, e i dati sono qui. I sogni, le profezie di sventura, il wishful thinking e gli (un)educated guess li lasciamo a chi non ha dati da portare nel dibattito. Il loro nome è Legione (un altro lo conosciamo), ma noi abbiamo un alleato: la scienza, che non paga ogni sabato.

Sareste sorpresi, se foste dei professionisti, di vedere quanto poco consistenti siano certe persone che salgono in cattedra per fare lezioncine, e quanto la vostra percezione istintiva, basata sul buon senso e su una connaturata onestà intellettuale (quella che trae alimento dalla volontà di risolvere un problema vero e pressante), sia in effetti allineata con certi astratti e astrusi indicatori cui la comunità scientifica (quella vera) si rivolge quando deve capire con chi ha a che fare. In altre parole: se qualcuno, poniamo, vi dice che se votate male l'anno dopo ci sarà una recessione del 4%, o che se non si fa la riforma tale la Luna cadrà nel Pacifico, di una cosa potete essere certi: che quel qualcuno, nella stragrande maggioranza dei casi, scientificamente non esiste. Di converso, uno può anche essere una persona di buon senso, avere una sua genuina e istintiva comprensione dei fenomeni economici, senza aver mai buttato giù una riga. Può darsi, e questo non sarò certo io a negarlo. In questo caso, il de cujus sarebbe ingiustamente penalizzato da indicatori quali il numero di citazioni, o l'h-index. Per questo motivo io, tendenzialmente, sono restio ad utilizzarli: preferisco analizzare gli argomenti.

Ma, vedete, quello che vorrei farvi notare è che chi nel corso del tempo è venuto ad aggredirmi sulla base di una mia pretesa inferiorità scientifica valutata con criteri formali spesso era messo peggio di me secondo gli stessi criteri che brandiva contro di me! Si sono visti blogger stralunati, che in vita loro non avevano mai scritto neanche una cartolina alla fidanzata (per mancanza di fidanzata, essendo in nove casi su dieci dei pustolosi nerd reduci da studi ingiengngngngieristici...), rischiare una querela o comunque una causa per danni affermando che io non avessi lavori peer reviewed! Si sono visti colleghi con h-index, citazioni, e pubblicazioni in fascia A inferiori alle mie, senza una pubblicazione in economia monetaria internazionale, venire sulla pubblica piazza a sindacare sulla qualità del mio lavoro, svolto in ambiti dei quali loro nulla sapevano, con un gesto non solo di pessimo gusto, ma anche autolesionistico (perché poi gli indicatori sono lì: le basi dati ci sono, e le conosciamo tutti)...

Di converso, chi vale più di me tende ad avere rapporti civili con me. Mi riferisco a Zingales, che mi cita in uno dei suoi ultimi lavori (il che mi permette di farmi una ragione dei giudizi negativi espressi dal Raparo), o a Perotti, che sarà con noi a Pescara.

Ed è questo è il lato amaramente divertente della vicenda. Divertente, ovviamente, per gli addetti ai lavori. Gli altri posso immaginare che siano rimasti impressionati, a leggere certi giudizi sprezzanti sul mio conto. Ma di norma, se poi mi hanno visto, e hanno potuto confrontarmi con chi mi attaccava, Lombroso ha fatto il suo lavoro.

Amen.


(...nota: su Scopus il mio h-index è 6, e ho 21 pubblicazioni - 7 volte quelle di Galli [ricorda qualcosa?], che hanno ricevuto in totale 85 citazioni. Tenete a mente questi numeri...)

Enrst Stavro Bagnai

Giornata uggiosa, traffico. Ascoltando PUDE Pagina.

Radio: "...In Polonia... nazionalisti... bla bla bla... manifestazione... bla bla bla... governo di destra... bla bla bla... xenofobi... bla bla bla... slogan..."

Io: "Sentito quanto sò cattivi i polacchi? Sò tremendi! Dev'essere per questo che mi hanno invitato..."

Er Palla: "In effetti, ora lo studio da cattivo ce l'hai. Ti manca solo il gatto. Peccato che sei allergico..."




(...a/simmetrie come la Spectre! Varrebbe la pena di imbottirsi di antistaminici. Bisognerebbe anche fare un investimento: comprare l'appartamento al piano di sotto, e adibirlo a piscina per gli squali. Ci penseremo, anche se per predisporre questa infrastruttura occorrerebbero sponsor di un certo peso. Volgendo lo sguardo dal futuro al presente, questa settimana è successa una cosa molto importante, che, come al solito, tutti hanno guardato e quasi nessuno ha visto. Mi riferisco a questo articolo del FT, segnalato in newsletter ai soci, del quale tutti hanno parlato, ma nessuno mi sembra abbia detto la cosa essenziale. Quello non è un articolo: è una lapide sull'idea cialtrona e superficiale che i costi e i benefici dell'euro si debbano valutare sul piano economico. Un'idea che, per uno dei tanti strani paradossi di questa vicenda assurda, viene affermata con forza da persone che per lo più di economia non sanno niente - ma veramente niente - e se ne fanno un vanto, facendosi usbergo del "primato della politica". Solo che, poi, e qui sta il paradosso, quando si parla di euro, questi stessi personaggi in cerca di editore preferiscono, chissà perché, imbarcarsi in analisi economiche spannometriche, nel tentativo di sottrarsi al punto politico fondamentale, ovvero al fatto che chi sta nell'euro è esposto al ricatto della Bce, per cui quest'ultima può fare e disfare governi in giro per l'Eurozona, pur non avendo alcuna legittimazione democratica. Uno strano caso di indipendenza antiriflessiva: la Bce si vuole indipendente dal potere politico (e anche da quello giudiziario), che non possono né indirizzarla né controllarla; d'altra parte, la Bce i processi politici li condiziona e come, chiudendo i rubinetti quando non è contenta (come in Grecia)! Ma questo non turba gli imbecilli che "il primato della politica", anzi! Di paradosso in paradosso, proprio gli stolti che si esibiscono in liturgiche esaltazioni di questo primato sono anche supinamente subalterni a un sistema che la politica la abroga, perché è nato per abrogarla. Sfugge poi, a questi pensatori, un altro paradosso, analizzato in un recente post su l'Ungheria e l'euro: quello in virtù del quale, pur agendo al di fuori di una vera legittimazione democratica, l'euro e l'Europa (cioè la Bce e l'UE) vengono invocati come baluardi della rule of law (una cosa che non si sa bene cosa sia, tant'è che in italiano nessuno sa come tradurla), e degli universali principi europei (l'ossimoro c'è e si vede). Insomma, tanto per capirci: come un manganello da suonare in testa a quei fascisti di Visegrad per costringerli a essere democratici a modo nostro, con le  buone, o con le cattive - ritorsione fiscale compresa (una vecchia idea che sta tornando in auge)! Quanta ottusa supponenza, quanta incapacità di pensiero logico, e anche quanta schietta ipocrisia, in questo atteggiamento! Loro, gli eurocrati, sanno, loro sono democratici, loro possono, loro dispongono. Loro bombardano la Libia, loro sponsorizzano i nazisti in Ucraina, loro fomentano e sostengono i flussi migratori verso il nostro paese, loro concludono accordi separati con dittatori in giro per il mondo, o magari decidono di toglierseli dagli zebedei, sempre rigorosamente senza il parere dei paesi sulla cintura esterna: Polonia, Ungheria, Italia, sui quali poi le tensioni geopolitiche fatalmente si scaricano, e loro puntano il ditino accusatore se in questi paesi il malcontento popolare si fa visibile - ma loro lo liquidano come populista, o come nazista: come ci si permette di deflettere dal solco tracciato dalla loro spada? Questa ipocrisia mi rivolta, e so di non essere solo. So anche come inizierà la mia allocuzione agli amici polacchi: "I nostri media vi dipingono come pericolosi fascisti, quindi sono venuto qui, da progressista, con la certezza di poter dire quello che penso di fronte a un governo conservatore, cosa che in Italia tutti, ma soprattutto i progressisti, hanno cercato di impedirmi con qualsiasi mezzo, senza molto successo fino ad ora"...)